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CENNI STORICI

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Il più antico luogo di culto delle popolazioni elleniche è, il megaron, ampia sala rettangolare preceduta da un vestibolo .Da questa struttura trae origine il tempio, costituito da una parte centrale rettangolare, di solito più lunga che larga (cella o nàos) - destinata ad accogliere la statua della divinità- e da un atrio o vestibolo, detto pronao, che si può trovare anche nella parte posteriore (opistodomo), adibito alla conservazione degli oggetti sacri. Questi templi, di piccole proporzioni, sono detti, in antis, poichè‚ i muri perimetrali della cella si prolungano nel pronao in due ante che incorniciano colonne; se poi le ante si ritrovano anche nell'opistodomo, it tempio viene definito doppiamente in antis. Se la facciata è preceduta da una fila di colonne, il tempio viene chiamato prostilo; se la fila di colonne si ripete anche nella parte posteriore, viene detto anfiprostilo.
La cella - divisa talvolta in navate da file di colonne sorreggenti 'la travatura lignea del tetto - di solito è circondata da colonnato (peristasi), che forma un lungo porticato perimetrale (peristilio).
Il tempio, se delimitato da una fila di colonne, è detto periptero; se da due file di colonne, diptero; se le colonne sono poi legate ad un muro, il tempio viene definito pseudoperiptero.

A seconda, infine, del numero delle colonne disposte sulla facciata, il tempio può definirsi: tetrastilo, esastilo, ottastilo, enneastilo, decastilo, se la facciata contiene rispettivamente quattro, sei, otto, nove o dieci colonne. Nei templi di età arcaica, il numero delle colonne disposte sui lati lunghi è generalmente il doppio del numero delle colonne della facciata; nei templi di età classica, le colonne laterali sono il doppio, aumentato di una unità, delle colonne della facciata. I templi dorici selinuntini che, come gli altri sicelioti, si svolgono con modulo grandioso e seguono l'orientamento est-ovest, presentano una cella costituita da un'aula rettangolare stretta e lunga, terminante in un ambiente chiuso, l'adito, accessibile solo dalla parte della cella.

Le Cave di Cusa

Le Cave di Cusa sorgono a circa 3 km dalla località di Campobello di Mazara. Attive dal 600 a.C. fino al 409 a.C. furono una miniera inesauribile della materia prima, indispensabile alla costruzione della città di Selinunte, templi compresi. Abbandonate in piena attività nel 409 a.C. a causa della guerra contro i Cartaginesi, conclusa proprio con la distruzione di Selinunte, rimasero inalterate fino ai giorni nostri.

Le fasi di estrazione

Si incideva il contorno dei tamburi dai diametri prestabiliti. Dopo questa preparazione, attorno all'intaglio del contorno del rocchio si scavava, via via più profondo, un canale circolare largo circa 40-65 cm. Il cordolo di pietra rimasto "in situ" tra i due canali doveva poi essere eliminato. Il procedimento testè descritto veniva continuato fino a raggiungere l'altezza del pezzo voluta, dipendente in larga misura dalla poderosità dello spessore dello strato estrattivo. In questo solco dovevano esser fatti penetrare dei cunei di metallo il più profondo possibile, fino a staccare il pezzo dalla roccia. Per staccare dal fondo il rocchio posteriore, si rendeva necessario provvedere prima allo stacco di quello anteriore. Seguentemente all'estrazione, si dovevano rovesciare i rocchi e allontanarli.

SELINUNTE

Cenni storici

Colonne cadute, fondamenta solitarie, torri smantellate ed avanzi di muri: così Selinunte, superba per i suoi templi dorici, mostra allo spettatore affascinato le sue vestigia della grandezza passata. Adagiata su una bassa terrazza protesa sul mare alta appena 50 metri sul suo livello, l'acropoli, lunga metri 500 e larga 300, ad angolo retto sulla costa, sulla quale si eleva la struttura delle mura perimetrali, è delimitata da due fiumi che scorrono a ponente e levante di questa, il Seilinus, oggi chiamato Modione, e l'Hipsas, oggi chiamato Cottone, alle foci dei quali si aprivano due fiorenti porti, ora purtroppo interrati. Un'alta cinta muraria menata e rafforzata da torri circolari la proteggeva a settentrione; camminamenti sotterranei favorivano, in caso di assedio, rapidi spostamenti di truppe ed improvvise sortite. Per l'impianto urbanistico fu scelto uno schema a reticolato ippodameo, dal nome dell'architetto ionico Ippodamo da Mileto, cioè ad incrocio ortogonale adatto ad una località di pianura: dodici strade funzionali e prive di carattere monumentale andavano da est ad ovest, incrociando ad angolo retto la strada principale nord-sud e formando le insulae, poste a distanza di 32 metri una dall'altra. L'acropoli, che presenta in pianta la singolare forma di una pera, a nord è collegata alla città nuova, Neapolis, da un istmo largo 50 metri ed obbedisce anch'essa alla forma urbis delle sistemazioni ippodamee. Certo la ricerca dell'effetto spettacolare e la volontà di stupire, comune a tutte le città greche che orlano il bacino del Mediterraneo, sono mirabilmente espresse da questa antica colonia greca che sembra sorgere dalla valle del Cottone proprio come il simbolo della civiltà, della potenza assoluta e della forza durevole.

La scelta del sito è felice: abbondanza di acqua, terra di particolare eccellenza, mare pescoso. La città fu voluta per essere ricca, divina ed eterna: il clima è moderatamente mediterraneo, caratteristica che nell'antichità era considerata di particolare benignità,ed'altraparte, se il cielo di Selinunte, di quel meraviglioso cielo azzurro cobalto, è tra i più belli che vi siano, è proprio dovuto al fatto che fosse la dimora preferita di Hera e di Zeus, signori del cielo; i fiumi benefici portatori di fecondità della terra e luoghi abitati dalle divinità fluviali, erano i presupposti di un sicuro avvenire di sviluppo e di prosperità; il selinon, la divina pianta di sedano con le sue qualità curative, immunizza gli abitanti dalla malaria, li glorifica nelle vittorie, si offre per essere consacrata ad Apollo, dio della medicina. Narra la tradizione che Melillo, l'ecista accompagnatore, inviato dalla madre patria Megara ad impiantare la colonia, compiuti i riti di fondazione, tracciò il perimetro della città, mentre i 200 abitanti cantavano inni religiosi.
La città andò debitrice del suo nome al fiume Selinus, figlio, si diceva, del dio Poseidone, che trae il nome dal "selinon", l'anzidetta pianta, altrimenti chiamata appio, che cresce nella località. Eppure tale grande impero doveva finire miseramente in poco tempo: solo 242 anni durò la vita indipendente di questa città, sorta, secondo la tradizione raccolta da Diodoro Siculo, nel 651 a. C., ad opera di coloni di Megara Iblea.

La sua collocazione geografica, favorevole al commercio con l'Africa, ed il suo splendido territorio, i cui prodotti erano largamente esuberanti rispetto alle esigenze locali, conferivano a Selinunte la funzione di perla della preziosa collana commerciale del Mediterraneo.
E proprio perciò Selinunte, punta avanzata dell'espansione coloniale greca, posta su una linea di confine tra i Greci ed il triangolo barbarico formato da Mozia, Palermo e Solunto, risentì di questa situazione particolare negli avvenimenti che incisero nella sua storia. Nella cresciuta città la vita si spiegava con uno splendore che nella madre patria era sconosciuto e la sua ricchezza è testimoniata dall'imponenza degli edifici che, per numero e dimensioni, sembrano talvolta superiori alle pur grandi possibilità dei cittadini.

Il tenore di vita è talmente elevato che l'uomo sembra essersi riscattato dal bisogno. Secondo i calcoli del Glotz (e storici come Heichelheim e De Sanctis concordano con lui) alla metà del V secolo il salario minimo per una giornata di lavoro era di 2 oboli (equivalenti alle cinquanta mila lire) per un reddito totale di centoventi dracme attiche annue. Se si pensa che le spese per i generi di prima necessità assommavano a cinquanta dracme, si può facilmente dedurre che si poteva disporre di circa il settanta per cento del reddito per il vestiario e i divertimenti.

"Vivere alla siciliana" si intendeva, come scrisse Platone, "sperimentare una vita che dicono beata, piena di mense e banchetti". "Vestire alla siciliana" si diceva di certe stoffe preziosamente lavorate in favolosi colori, che si producevano in esclusiva per il lusso dei ricchi proprietari terrieri dell'isola.

Empedocle, il divino, come amava definirsi, diceva dei suoi concittadini agrigentini che "edificavano come se dovessero vivere in eterno e mangiavano come se dovessero morire l'indomani". Altrettanto si può dire dei selinuntini. Nel primo periodo la città si diede un regime aristocratico fondato sul predominio dei grandi proprietari terrieri. Successivamente compare la tirannide con Terone, selinuntino, figlio di Milziade, il quale per amore del lusso e per colpire l'immaginazione popolare incentiva e protegge le arti plastiche e la letteratura, senza però trascurare la sua opera di governo che è ricca di contenuti politici e militari: cioé costruendo le mura della città ed ampliando i confini e la sfera di influenza dello stato selAgli inizi del VI secolo i Selinuntini occupano la costa meridionale sino all'attuale Sciacca e nel 570 a.C. fondano alla foce del fiume Platani la sottocolonia di Minoa, nome messo in relazione con Minosse e la leggenda della sua spedizione e morte in Sicilia presso il re sicano Cocalo. Il successivo tiranno fu Pitagora, anch'egli selinuntino, che viene spodestato con la forza da Eurileonte che a sua volta viene massacrato sull'altare di Giove Agoraios dove aveva cercato inutilmente ditrovare sacro asilo.

Nel VI secolo la pianta dello stato selinuntino presentava un quadrilatero irregolare formato dagli assi Mazara - Sciacca a meridione e Salemi - Poggioreale a settentrione, comprendente una superficie topografica di Kmq. 1.750, con una popolazione di circa 200.000 abitanti (33.000, secondo il Beloch, quella cittadina).
Si riscontrano nella vita di Selinunte di questo periodo numerosi personaggi illustri e famosi: Aristos seno, filosofo; Aristotile, oratore; Teleste, poeta; Acronte, scultore; Poliedo, pittore.

Anche Empedocle, una delle figure più luminose in cui si sia espresso il genio dei greci, lasciò la sua opera a Selinunte liberando la città dalla malaria e meritando per i lavori idraulici, eseguiti a sue spese, onori quasi divini: una effigie nelle loro monete ed una edicola votiva a lui consacrata.

Ma i colonizzatori greci di Selinunte non si limitarono in realtà ad impadronirsi della costa verso oriente, ma vollero aprirsi la strada anche verso occidente in direzione di Mazara e verso settentrione in direzione di Segesta, con la quale la rivalità divenne perciò inevitabile.

Ed è dalla tensione esistente tra Selinunte e Segesta che ebbe inizio la lunga, dura guerra che culminò con la fine dell'ellenismo siciliota. Pentatlo di Cnido, che si vantava di discendere da Eracle, giunto in Sicilia con il proposito di stanziarsi a Lilibeo (Marsala) verso il 580 a. C., trovò Selinuntini e Segestani in guerra; alleatosi con i primi, mori' in battaglia.
E l'appello che Segesta, minacciata dall'espansionismo selinuntino, fece ad Atene fu la causa immediata della spedizione ateniese del 415 a.C., che si risolse in una catastrofe, preludio dello sfacelo della potenza di Atene. Alcuni anni dopo, nel 409 a.C., Cartagine, dopo un assedio di 9 giorni, al termine di una guerra lampo, la rase al suolo.

La tradizione confluita nello storico Diodoro Siculo narra con impressionante realismo la distruzione di Selinunte ad opera dei Cartaginesi. Caduta la città, i barbari mercenari saccheggiarono quanto c'era di valore nelle abitazioni: gli abitanti venivano rinchiusi e costretti a morire asfissiati, arsi vivi o schiacciati dal peso dei tetti e dei muri, oppure trascinati all'aperto e sgozzati senza pietà, senza portare alcun rispetto al sesso o all'età, compresi i ragazzi, i bambini, donne e vecchi. Inoltre mutilavano i cadaveri secondo l'uso del proprio paese. Non pochi ostentavano dei trofei di mani mozzate e legate insieme l'una all'altra; altri portavano in giro teste infilzate sopra le loro aste barbariche. Annibale, nipote di quell'Amilcare che era stato vinto ed ucciso da Gelone di Siracusa e Terone di Agrigento nella grande battaglia di Imera del 480 a.C., fa risparmiare soltanto le madri che hanno trovato rifugio nei templi insieme con i figli.

Solo a queste salva la vita e non già per sentimento di umanità, ma unicamente per tema che le donne, persa ogni speranza di salvezza, possano dar fuoco ai templi, e così togliere a lui ogni possibilità di saccheggiare i tesori ivi custoditi. Circa sedicimila vennero massacrati e più di cinquemila vennero condottti in schiavitù. Fu altrettanto crudele a Imera, dove strappò ai soldati furibondi 3000 cittadini, per condurli sul luogo dove era stato ucciso suo nonno Amilcare, e farveli perire dopo atroci torture. Solo 2.600 cittadini selinuntini trovarono salvezza rifugiandosi ad Agrigento e Sciacca, dove veUn calcolo delle tombe saccheggiate dai tombaroli negli anni Cinquanta di questo secolo fa ascendere ad oltre 100.000 il numero delle sepolture che si accorderebbe statisticamente con il dato riferitoci dal Diodoro Siculo (XIII - 57 - 8), secondo il quale nella città di Selinunte, al momento della sua distruzione nel 409 a.C., si contavano 23.000 cittadini a pieno diritto, ossia con le famiglie circa 85.000 persone; dai 6.000 a 9.000 meteci, ossia le famiglie circa 23.000 e 65.000 schiavi, con un totale di 173.000 abitanti. Famosa è rimasta la risposta che Annibale diede agli ambasciatori agrigentini che volevano trattare il riscatto dei prigionieri, il rispetto dei templi ed altre condizioni di pace.

A questi ambasciatori rispose che i Selinuntini, non avendo saputo difendere la libertà ben meritavano di essere schiavi. Gli dei, ormai nemici di Selinunte, ne avevano abbandonato i templi ed egli stesso si atteggiò a messo della loro vendetta. Nel principio del VI secolo a.C. la città riconquistò la sua indipendenza, ma non riguadagnò mai la ricchezza e la forza politica di un tempo, vivendo ora sotto il controllo dei Siracusani, ora sotto l'epicrazia dei Cartaginesi.

Ermocrate, esule siracusano, occupò nel 407 a.C. la cittadella di Selinunte, alzò le mura e vi si fortificò con 6.000 tra Selinuntini ed Imeresi con l'intento di portare la guerra a Siracusa. Fallito il
tentativo di Ermocrate di occupare di sorpresa la città di Siracusa, Selinunte tornò nell'area cartaginese. Dal 397 a.C. Selinunte rimase per 5 anni sotto Dionisio I, tiranno di Siracusa.
Soggetta a Siracusa, ritorna per brevi momenti con Agatocle, uomo senza scrupoli morali, che nel 307 a.C., superatene le difese, entra vittorioso anche nella vicina Segesta e in uno sfogo di ira disumana abbandona alla strage, al saccheggio e all'incendio. Il tiranno è, inoltre, tristemente famoso per l'invenzione della tortura del "letto di Agatocle", un piano di rame chiodato sul quale faceva legare e arrostire vivi i cittadini ricchi che rifiutavano di conferirgli i beni di famiglia. Altre volte, li faceva scagliare in aria con le catapulte, l'artiglieria del tempo. I cittadini poveri vennero, invece, per ordine suo, scannati sulle rive del fiume Scamandro, oggi Gaggera; le donne e i bambini venduti a Bruzi di Calabria.

Nel 276 a.C., Selinunte aderisce alla guerra di liberazione della Sicilia dal dominio cartaginese condotta da Pirro e terminata con l'ignominioso abbandono da parte di quest'ultimo.
Nel 250 a.C. Selinunte subisce la definitiva distruzione ad opera dei Cartaginesi, che nd quadro
della guerra contro i Romani decidono di abbandonare la città, dopo averla distrutta, trapiantandone gli abitanti a Lilibeo (Marsala), base principale cartaginese in Sicilia.
Divenne romana al termine della prima guerra punica, nel 241 a.C. Una terra dunque molto antica quella selinuntina che testimonia come il percorso della civiltà umana si svolga secondo leggi eterne, immutabili nella sostanza anche se varie nella forma. Ma come tutte le cose del mondo hanno un inizio, una vita più o meno luminosa ed una inevitabile fine. E solo osservando queste gandiose rovine, ora finalmente protette da un parco di 270 ettari, si può comprendere quel che si vuole esprimere quando si parla di quelle visioni archeologiche che ci conquistano con la loro straordinaria imponenza e ci invitano alla meditazione, pervasi da quel silenzio che ci infonde il senso inesorabile del passare del tempo, che è, poi, l'elemento costitutivo della suggestione dei complessi archeologici.

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